In News

Rassegna stampa Uilca Lombardia

 

Non basta sapere chi guiderà un gruppo bancario, quanto crescerà la spesa sociale o di quanto aumenterà uno stipendio. Occorre capire quali servizi resteranno sui territori, come saranno garantite le prestazioni e quanto del recupero salariale arriverà davvero nelle tasche delle persone. La rassegna di oggi mette a confronto questi interrogativi: il voto dei soci MPS e le valutazioni delle Authority sul progetto Intesa; i possibili legami con Generali e gli effetti sulla concorrenza; le prospettive del welfare e il peso del fiscal drag su stipendi e pensioni.

Nel riassetto bancario e assicurativo significa chiedere progetti industriali credibili, garanzie occupazionali e chiarezza sul futuro delle reti e delle professionalità. Sul welfare significa sostenere lavoro di qualità, prevenzione e servizi accessibili, senza contrapporre i bisogni delle diverse generazioni. Sul fisco significa valutare il beneficio netto degli aumenti e rendere trasparente il prelievo che ne assorbe una parte. È su questi effetti concreti, oltre che sui risultati finanziari, che si misura la qualità delle scelte.

 

Banche: MPS, il voto dei soci e le Authority decidono il percorso dell’offerta Intesa

L’assemblea MPS del 29 ottobre apre una settimana decisiva per il riassetto bancario, ma non ne rappresenta l’ultimo passaggio. Stefano Righi, nell’articolo «Soci MPS e Authority: passa da qui il futuro di Intesa e di Siena», distingue due snodi: il voto sulle proposte di Luigi Lovaglio e le autorizzazioni necessarie al progetto di Intesa Sanpaolo. La possibile bocciatura del piano del Monte favorirebbe l’offerta di Carlo Messina, senza renderne automatico il completamento. Delfin, Francesco Gaetano Caltagirone e Benetton detengono complessivamente oltre il 32,5% di MPS. Considerando altri soci descritti come vicini a Intesa, il fronte contrario alle proposte di Lovaglio arriverebbe intorno al 33,5% del capitale. Righi ritiene questa consistenza sufficiente a impedire il raggiungimento della maggioranza richiesta, indicata nei due terzi dei voti presenti. Le eventuali astensioni del ministero dell’Economia e di Banco BPM renderebbero ulteriormente difficile l’approvazione. La posizione di Banco BPM, però, deve ancora essere definita dal consiglio di amministrazione.

Le delibere riguardano tre operazioni distinte:

  • l’offerta pubblica di scambio su Banco BPM;
  • l’offerta pubblica di acquisto e scambio su Banca Generali;
  • la fusione per incorporazione di Mediobanca in MPS.

Sarà il voto del 29 ottobre a stabilire il risultato delle singole proposte.

L’offerta Intesa e i passaggi autorizzativi

L’offerta descritta prevede, per ogni azione MPS conferita, 1,6 azioni Intesa Sanpaolo e 1,25 euro lordi in contanti. La BCE è chiamata a valutare l’acquisizione sotto il profilo prudenziale e della solidità del gruppo risultante. La Consob deve autorizzare la pubblicazione del prospetto informativo rivolto agli investitori. L’Antitrust deve esaminare gli effetti sulla concorrenza e le eventuali misure necessarie per affrontarli. Righi ipotizza che il pronunciamento della BCE potrebbe arrivare nella settimana del 26 ottobre, seguito dalla Consob, mentre la decisione dell’Antitrust è attesa nella seconda metà di novembre. Intesa potrebbe avviare l’offerta dopo il passaggio Consob, ma sarebbe orientata ad attendere anche le prescrizioni dell’Antitrust. L’avvio potrebbe quindi collocarsi verso fine novembre, con una possibile conclusione entro fine anno oppure nel 2027. Il ruolo dell’Antitrust è particolarmente importante perché le sue valutazioni possono incidere sul perimetro dell’operazione. L’articolo richiama una prevista cessione di 635 sportelli a Unipol-BPER e descrive uno scenario nel quale il Monte verrebbe suddiviso tra gruppi diversi, contribuendo al rafforzamento di un terzo polo. La posizione UILCA: il confronto non può esaurirsi nella conta assembleare o nel calendario delle autorizzazioni. La valutazione del progetto deve comprendere occupazione, continuità contrattuale, sedi, mobilità, competenze e qualità dei servizi. L’eventuale trasferimento di una parte della rete rende necessario un confronto tempestivo sulle condizioni del personale coinvolto e sull’organizzazione delle attività. Il presidio della concorrenza e le garanzie per il lavoro rispondono a esigenze diverse: le decisioni delle Authority non sostituiscono le relazioni sindacali e gli accordi necessari ad accompagnare i cambiamenti. Anche la prospettiva di gruppi più grandi, nazionali o europei, deve essere misurata sulla qualità dei progetti industriali. La dimensione può offrire opportunità, ma non garantisce da sola investimenti nelle persone, presenza territoriale o migliori servizi. Sono questi gli impegni da rendere verificabili, qualunque sia l’esito del voto e del percorso autorizzativo.

 

Assicurazioni: Intesa e Generali, il nodo della concorrenza effettiva

Gli effetti dell’operazione Intesa-MPS non riguardano soltanto il credito e la rete degli sportelli. Alberto Pera, avvocato e già segretario generale dell’Autorità Antitrust, nell’articolo «Generali dopo l’OPAS Intesa: il tema è la vera concorrenza», invita a esaminare i legami che si creerebbero tra Intesa e Generali e le loro possibili conseguenze sui mercati. Intesa Sanpaolo, attraverso Mediobanca, diventerebbe un azionista rilevante del Leone, mentre i due gruppi sono concorrenti nel settore assicurativo. L’istruttoria descritta considera inoltre le possibili ricadute sul risparmio gestito, dove operano società dei gruppi coinvolti. Pera contesta l’idea che bancassicurazione e assicurazione tradizionale appartengano necessariamente a mercati distinti. La Commissione europea ha considerato la distribuzione assicurativa come un mercato che comprende diversi canali alternativi: banche, agenti, broker e vendita diretta. Il diverso punto di accesso al prodotto non elimina quindi, da solo, il rapporto concorrenziale. Le compagnie possono distribuire attraverso accordi bancari, mentre banche e operatori digitali possono affiancare altri canali alle proprie reti. Il tema centrale diventa la capacità degli operatori di continuare a competere effettivamente per la clientela. Il secondo nodo è il carattere della partecipazione in Generali. Definirla puramente finanziaria, osserva Pera, non basta a escludere effetti sulla concorrenza. Occorre valutare la governance, la possibile circolazione di informazioni sensibili e gli incentivi dei gruppi a competere. L’autore richiama il criterio di valutazione delle concentrazioni introdotto in Italia nel 2022 e allineato a quello europeo: il significativo impedimento alla concorrenza effettiva. Un problema può emergere anche senza l’acquisizione del controllo di un concorrente, se i nuovi legami attenuano la pressione competitiva. Il riquadro dell’articolo indica che Intesa passerebbe dall’attuale 3,13% al 16,48% di Generali, sommando il 13,35% detenuto attraverso Mediobanca. La partecipazione complessiva prospettata è quindi distinta dalla sola quota riconducibile a Mediobanca. L’esito resta affidato all’istruttoria. La posizione UILCA: nei riassetti finanziari la valutazione della concorrenza deve accompagnarsi al confronto sulle conseguenze industriali e occupazionali. Professionalità, organizzazione, mobilità e qualità dei servizi non possono restare sullo sfondo. Una maggiore integrazione tra gruppi non deve tradursi in pressioni commerciali più intense o in una riduzione delle possibilità di scelta per la clientela. Servono trasparenza, consulenza qualificata e condizioni di lavoro che consentano al personale di rispondere correttamente ai bisogni delle persone. Welfare Italia: crescita e lavoro per sostenere la protezione sociale. Il futuro del welfare dipende anche dalla capacità di ampliare la base economica che lo finanzia. È il messaggio al centro dell’articolo di Gabriele Petrucciani «Senza crescita addio welfare», dedicato al Rapporto Welfare Italia 2026, promosso da Unipol con Teha Group e presentato il 20 ottobre a Roma. Secondo lo studio nel 2025 la spesa pubblica per il welfare ha raggiunto 693 miliardi di euro, pari al 60% della spesa pubblica complessiva, e nel 2026 arriverebbe a 715 miliardi. La previdenza assorbirebbe il 49,5% delle risorse. Il rapporto distingue tra risorse destinate alla gestione dei bisogni presenti e interventi classificati come investimenti per il futuro. A questi ultimi l’Italia riserverebbe il 12% della spesa sociale, contro il 15,4% medio dell’Unione europea.

Nel confronto in rapporto al PIL l’Italia destina:

  • il 16,3% alle pensioni, contro il 12,5% dell’Eurozona;
  • il 6,6% alla sanità, contro il 7,5%;
  • il 4% all’istruzione, contro il 4,6%;
  • il 4,8% alle politiche sociali, contro il 7,3%.

Le quote sul PIL non vanno confuse con la ripartizione interna della spesa per il welfare: sono indicatori diversi, utilizzati per descrivere dimensione e composizione dell’intervento pubblico. Le simulazioni descrivono una progressiva riduzione della popolazione e delle persone in età lavorativa. La popolazione potrebbe passare da 58,9 milioni a 54,9 milioni nel 2050, mentre le persone in età lavorativa diminuirebbero di sei milioni. Se proseguissero le tendenze considerate dal Think Tank, il costo complessivo del welfare potrebbe superare mille miliardi nel 2037 e raggiungere circa 1.592 miliardi nel 2050. Si tratta di scenari condizionati dalle ipotesi utilizzate, non di esiti inevitabili. Le proposte si concentrano su due direttrici: prevenzione, assistenza domiciliare e protezione dalla non autosufficienza; ingresso dei giovani nel lavoro, qualità dell’occupazione e autonomia abitativa. Carlo Cimbri collega questi obiettivi alla capacità di generare crescita. Il presidente di Unipol sollecita un mercato unico europeo dei capitali che favorisca l’afflusso del risparmio verso le imprese e gli investimenti produttivi: «Se vogliamo il welfare dobbiamo far crescere il Paese». La posizione UILCA: la sostenibilità del welfare non può essere affrontata soltanto come contenimento della spesa. Qualità dell’occupazione, retribuzioni adeguate, partecipazione al lavoro e investimenti nella prevenzione sono parte della capacità di finanziare e rafforzare la protezione sociale.

Assicurazioni e strumenti integrativi possono contribuire a rispondere ai nuovi bisogni, senza sostituire il ruolo del welfare pubblico. La crescita acquista valore quando amplia l’accesso alle prestazioni e riduce le disuguaglianze, evitando di contrapporre le esigenze delle generazioni più giovani ai diritti delle persone anziane. Anche per chi lavora nel settore assicurativo l’evoluzione dei bisogni richiede competenze, formazione e tempo per una consulenza accurata. Lo sviluppo dell’offerta deve essere accompagnato dalla qualità del servizio, non soltanto dall’aumento dei volumi commerciali.

Riscossione: Fiscal drag, quasi 9 miliardi di maggiore prelievo stimato nel 2027

Un aumento lordo che recupera l’inflazione non garantisce lo stesso recupero del potere d’acquisto netto. È il punto centrale dell’analisi di Leonzio Rizzo, professore ordinario di Scienza delle finanze all’Università di Ferrara, nell’articolo «Il fiscal drag è una tassa che vale nove miliardi». La mancata indicizzazione dell’IRPEF nel 2026 e nel 2027 produrrebbe nel 2027 circa 8,8 miliardi di maggiore gettito annuo, nello scenario d’inflazione più prudente considerato. Rizzo descrive il fiscal drag come l’effetto di un’imposta progressiva che continua a utilizzare soglie nominali mentre i prezzi aumentano. Se lo stipendio o la pensione crescono per recuperare l’inflazione, il contribuente riceve più euro senza essere necessariamente più ricco in termini reali. Il sistema fiscale può però assorbire una quota maggiore del reddito. Di conseguenza anche un recupero completo dell’inflazione sul lordo può non tradursi in un recupero equivalente sul netto. L’indicizzazione serve a evitare che il solo aumento nominale determini un aggravio: la progressività continuerebbe invece a operare sugli incrementi reali di reddito.

Lo studio di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, richiamato nell’articolo, presenta diversi scenari. La stima di base è pari a circa 8,8 miliardi nel 2027; il valore aumenta negli scenari caratterizzati da un’inflazione più elevata.

Per chiarire la dimensione del fenomeno Rizzo propone tre confronti:

  • il maggiore gettito corrisponderebbe a circa 0,37 punti di PIL;
  • rappresenterebbe circa il 15,3% dell’incremento di 58 miliardi di imposte e contributi previsto nel biennio 2026-2027;
  • a parità di PIL e di tutte le altre voci, sottraendo queste entrate, la pressione fiscale del 2027 sarebbe intorno al 42,6%, anziché al 43% indicato nel documento di finanza pubblica richiamato.

L’autore richiama il Report on Public Finances in EMU 2024 della Commissione europea, sostenendo che la mancata indicizzazione venga riconosciuta, rispetto al riferimento dell’adeguamento annuale delle soglie, come una misura che accresce le entrate. Da qui deriva la richiesta politica dell’analisi: se il Governo utilizza queste risorse per finanziare la spesa, deve rendere esplicito il maggiore carico sostenuto dai contribuenti. Mantenere invariate le regole nominali non equivale, nella lettura di Rizzo, a mantenere invariato il peso effettivo dell’imposta. L’articolo contesta inoltre una spiegazione dell’aumento della pressione fiscale fondata soltanto sulla maggiore occupazione e sul recupero dell’evasione. Per l’autore conta anche la composizione dei redditi: se aumenta il peso delle componenti maggiormente tassate, può crescere il rapporto tra entrate fiscali e contributive e PIL. La posizione UILCA: la difesa del potere d’acquisto richiede di guardare a ciò che rimane effettivamente in busta paga. Un rinnovo contrattuale può riconoscere aumenti importanti, ma il beneficio rischia di essere parzialmente assorbito dall’interazione tra inflazione e prelievo fiscale. Politica salariale e politica fiscale devono quindi essere considerate insieme, pur mantenendo responsabilità distinte. Le aziende devono riconoscere il contributo del personale attraverso retribuzioni adeguate e redistribuzione della produttività; le istituzioni devono valutare quanto del recupero salariale venga eroso dal fisco. Il confronto sulla manovra dovrebbe rendere trasparenti sia gli sgravi annunciati sia gli effetti della mancata indicizzazione, verificandone il saldo per le diverse fasce di reddito. La questione riguarda anche le pensioni e richiede una valutazione coerente con progressività e capacità contributiva. Per il personale dei servizi fiscali e della riscossione eventuali correttivi devono accompagnarsi a disposizioni chiare, strumenti aggiornati e formazione, così da rendere comprensibili gli effetti delle modifiche ed evitare ulteriore complessità nella gestione degli adempimenti.

Digita le parole che stai cercando e premi invio